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Coronavirus: tamponi, sanità pubblica e strumenti giusti per curare.

E’ comprensibile che molti chiedano che si facciano tamponi “a tappeto” per la paura di essere stati contagiati. Quanto sarebbe utile? Vediamo.
E’ sicuramente necessario fare molti più tamponi; ci si arriverà, ma non è cosi semplice perché non siamo attrezzati. Oggi paghiamo il prezzo di scelte bipartisan che hanno portato a ridurre i finanziamenti per il SSN, a ridurre i posti letto ospedalieri in nome dell’ ”efficienza” e con l’impegno di costruire una medicina di territorio. I tagli sono stati fatti, la medicina territoriale no.
Ma servirebbe sottoporre tutti a tampone? No.
In primo luogo perché un tampone negativo fotografa la situazione di un momento, ma non ci dice nulla sulla situazione del giorno successivo.
Occorre inoltre ricordarsi che ci sono i “Falsi Negativi”. Un tampone può risultare negativo anche in una persona positiva. Non si tratta di “esami fatti male”, ma di una caratteristica di tutti gli screening. E i “falsi negativi” (che paiono non essere pochi in questa epidemia…) costituiscono un pericolo, perché le persone si sentono sicure e adottano meno cautele. Allora?
Allora occorre fare tamponi dove serve. In primo luogo negli ospedali.
Il personale sanitario deve essere controllato ripetutamente, anche perché costituisce un veicolo di contagio. Ma anche i degenti, quantomeno quelli con sintomi sospetti (e i loro contatti) devono essere controllati. Questa storia la raccontiamo un altro giorno.
Sul territorio, è importante che siano sottoposte a tampone le persone con sintomi da Coronavirus e oggi semplicemente “quarantenate” a casa perché affette da quadri clinici meno gravi. Oltre che di loro, occorre occuparsi anche dei “famigliari conviventi” e dei “contatti”. Parlando con amici medici di medicina generale (MMG, anche identificati come “medici di famiglia”) le persone con sospette polmoniti virali (sospette perché non sottoposte neppure ad una radiografia del torace…), non sono poche. Non ho un riscontro diretto, ma anche notizie riportate da radio e televisione descrivono questa situazione.
Attualmente queste persone non sono sottoposte a tamponi e cosi i loro famigliari. Perché?
Perché oggi il tampone non cambierebbe nulla dal punto di vista pratico.
E’ in queste situazioni che diventa fondamentale il ruolo dei MMG, sia sotto il profilo strettamente clinico, sia sotto il profilo psicologico. I medici di famiglia giustamente evitano, per quanto possibile, visite a domicilio, per evitare di infettarsi e di diventare veicoli di diffusione dell’epidemia. Si occupano dei pazienti con un triage telefonico per inquadrare il sospetto e la gravità del caso. Un contatto telefonico con il proprio medico, ripetuto nel corso dei giorni, può consentire di seguire adeguatamente il paziente, che, tra l’altro, così non si sente abbandonato…. Ma una medicina di territorio non può basarsi solo sui medici di famiglia. Anzi.
Il guaio è che, accanto a molti MMG che lavorano bene e con impegno, ce ne sono altri che si limitano a dire: “prenda la tachipirina e, se peggiora, chiami un’ambulanza”. Ne parliamo adesso perché si sa che “fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce” e così, qualche pecora nera produce diffuso sconforto per un effetto domino.
E’ necessario che a breve la Regione Piemonte, la Protezione Civile e le ASL, riescano a realizzare (o individuare …. ) sufficienti strutture in cui portare i casi meno gravi, separandoli dalle famiglie, riducendo, per quanto possibile, il contagio. E garantendo migliore assistenza sanitaria. Ma per fare questo, oltre alle strutture, servirà anche organizzazione, personale sanitario, DPI, ecc.
Considerato che tutte queste persone dovranno essere sottoposte a tamponi, in futuro dobbiamo aspettarci una aumento dei “casi di coronavirus”, o più precisamente un aumento delle “diagnosi di malattia da Coronavirus”.
Insomma, se si opererà bene, l’epidemia (apparentemente) si estenderà.
Quindi, per adesso, dobbiamo accettare la situazione, e possiamo solo pretendere che vengano messe in atto azioni coordinate su base razionale. Non per fare “cose buone”, ma per fare le “cose migliori possibili”.
E se il governo centrale si è comportato sostanzialmente bene (a posteriori è facile essere bravi …) a livello delle Regioni sembrano esserci ampi spazi di miglioramento.
Quando il peggio sarà passato, dobbiamo ricordarci di tutto.
Sarà allora che servirà tanta buona politica. Quella che vede in campo giovani e diversamente giovani che dovranno pretendere un cambiamento radicale nella sanità. Perché non possiamo limitarci a dire che vogliamo una sanità pubblica e non una sanità privata. 
Occorrerà una “sanità pubblica” effettivamente orientata ai problemi sanitari della popolazione. Una sanità pubblica che si faccia carico dei problemi sanitari e che non sia solo un erogatore acritico, più o meno efficiente, di prestazioni. Insomma, una sanità più simile a quella dell’inizio del SSN, alla sanità delle USSL che non a quella della Aziende Sanitarie d'oggi, che siano locali o ospedaliere..
Carlo Proietti

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