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Riaperture: nella scuola ci si contagia o no? Lo strano caso di uno studio australiano di successo

Cosa fare nella scuola per prevenire i rischi da “Coronavirus” è oggetto di un vivace dialogo che ancora non ha partorito in via definitiva le tanto attese "Linee guida" del Governo che daranno il via alle Regioni per adeguarsi. Molti fustigatori ci invitano a fare come all’estero indicandoci fulgidi esempi da seguire, solo che non possiamo fare finta che il patrimonio edilizio scolastico italiana sia quello tedesca o olandese..
Sotto traccia, da alcuni giorni, sovente si fa riferimento ad uno studio da cui risulterebbe che a scuola non ci si contagia. Si tratta si uno “studio” effettuato nel Nuovo Galles del Sud: “COVID-19 in schools – the experience in NSW” Prepared by the National Centre for Immunisation Research and Surveillance (NCIRS) 26 April 2020. 

Vediamo un po’ cosa dicono …. 
Lo studio è stato condotto tra marzo e metà aprile nelle scuola del Nuovo Galles in Australia ed è pubblicato con la data del 26 aprile 2020. Riguarda 18 casi di Covid19 in 15 scuole, di cui 10 superiori e 5 primarie. I 18 casi riguardano 9 studenti e 9 insegnanti. Non è noto il numero complessivo di studenti ed adulti che frequentano le 15 scuole.
Sono stati identificati 873 contatti stretti (intesi come 15 minuti faccia a faccia o 2 ore nella medesima stanza) e dalle indagini sono stati identificati 2 casi secondari, entrambi tra studenti.
Uno dei casi è stato identificato con tampone, l’altro con test sierologici dopo 4 settimane.

Scuole superiori
12 casi di Covid19 (8 studenti e 4 staff) hanno frequentato la scuola superiore mentre erano contagiosi.
Sono stati identificati 695 contatti, di cui 598 studenti e 97 staff (insegnanti e bidelli). 
Sono stati fatti tamponi nasali o faringei a un terzo dei contatti (235) e tutti i tamponi sono risultati negativi. 
In alcune delle scuole superiori prese in esame, dopo un mese sono stati sottoposti a test sierologico 75 studenti e uno è risultato positivo.

Scuole primarie
In 5 scuole primarie, sono stati identificati 6 casi iniziali, di cui 1 studente e 5 insegnanti. Sono stati individuati 168 contatti stretti, di cui 137 studenti e 31 staff. Anche in questo caso sono stati effettuati tamponi nasali o faringei in 1/3 dei contatti, cioè in 53 casi. E’ stato identificato solo 1 caso secondario. 
Dopo 4 settimane 21 contatti sono stati sottoposti a test sierologici, tutti negativi.

Non è ben chiara la data di inizio delle osservazioni, ma il 23 marzo, pur mantenendo le scuole aperte, il premier australiano ha invitato a fare scuola on-line. Dopo questo appello la frequenza delle scuole sarebbe diminuita significativamente. Dal 10 aprile le scuole sono state chiuse 2 settimane per ferie e poi riaperte a singhiozzo.

Considerazioni
✔ Non è noto perché si sia scelto di sottoporre a tampone solo 1/3 della dei “contatti stretti” e non sono neppure note le dimensioni della popolazione scolastica;
✔ Non si dispone di alcuna informazione sui tempi nei quali sono stati effettuati i test; non sappiamo quando si siano manifestati i casi primari e non sapiamo quando siano stati effettuati i tamponi;
✔ Sappiamo che le osservazioni si sono concluse con l’inizio delle vacanze pasquali il 10 aprile e che dal 23 marzo la frequenza delle scuole è molto diminuita.
✔ Non si dispone di informazioni sulle caratteristiche delle scuole, sia sotto il profilo delle dimensioni, sia dal punto di vista edilizio. Ne si conoscono parametri socio economici.
✔ E’ plausibile che le condizioni sociali, climatiche e ambientali siano differenti da quelle italiane. Siamo nell’emisfero australe e la stagionalità corrisponde al nostro settembre.
✔ Sappiamo che il primo caso in Australia, un cittadino cinese proveniente dalla Cina, è del 25 gennaio; a marzo c’è stata una crescita dei casi successivamente rallentatasi;
✔ ad oggi, 2 giugno, in Australia si registrano 7.221 casi e 103 morti.

Commenti
  • Si tratta di un report di sanità pubblica che segue un lavoro effettuato diligentemente, ma molto parziale; i tempi per lavori più complessi sono ovviamente più lunghi. Report analoghi vengono prodotti anche da noi dai Dipartimenti di prevenzione delle ASL; sovente con documenti più strutturati, ma quasi mai destinati alla pubblicazione e a un simile clamore mediatico anche fra i tecnici del settore.
  • I tempi di osservazione non sono ben definiti e comunque molto brevi.
Ne deriva che dovremmo imparare ad apprezzare un po’ di più quanto si fa in Italia (o, forse, quanto si faceva in Italia). 
Dobbiamo però imparare a dare notizie corrette. Gli autori parlano di “risultati preliminari”, come si fa abitualmente per prudenza o perché consci dell’inconsistenza dei risultati.
Questo report ci può far ipotizzare scenari positivi, ma non fornisce reali informazioni su cui basare scelte di sanità pubblica.

Per questo tocca ribadire l'utilità delle considerazioni e delle proposte contenute nel post precedente (leggi)

Carlo Proietti

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