lunedì 17 ottobre 2016

Il lavoro che manca (di F. Maletti)


Se sulla Terra siamo in troppi (cosa a tutt'oggi ancora da dimostrare) che si fa? Fino ai tempi più recenti e con crudo realismo storico, quando tra i popoli accadeva una "eccedenza demografica", il tutto veniva risolto con una bella guerra che "sfoltiva" la popolazione. E prima ancora delle carestie c'erano le epidemie a sostituire questo sfoltimento: una sorta di equilibrio della natura a difesa di tutte le specie viventi per fare in modo che nessuna di esse avesse il sopravvento sull'altra. Malauguratamente però, attraverso l'evoluzione della razza umana, con le nuove scoperte iniziate con l'agricoltura e proseguite con le scoperte nella medicina e dell'igiene, questi "bagni di purificazione del popolo" i governanti di vario tipo hanno potuto effettuarlo solo attraverso l'individuazione di un nemico che giustificasse la discesa in guerra.


I motivi per fare la guerra, se ben alimentati, sono molti: il razzismo, il pericolo religioso, la necessità di occupare nuovi territori per approvvigionarsi di materie prime necessarie alle proprie attività. Altro sistema, più recente, è quello di "salvare" i popoli oppressi dalle dittature portando a suon di bombe la democrazia e la civiltà. Magari, per convincere meglio i riottosi, usando lo stratagemma delle "pistole fumanti" che provano la ferocia pericolosa di questo e di quello: infatti, per condizionare l'opinione pubblica tutto serve. Per i governanti che scelgono questa direzione, le industrie della morte sono sempre pronte a mettersi a disposizione, a partire dalle fabbriche di armi, per dare un vigoroso impulso plebiscitario a favore della guerra. Oggi però, rispetto al passato, ci sono sempre in agguato quei "maledetti" telefonini: e non fai in tempo a fare qualche cattiva azione che subito vieni immortalato su FB, oppure finisci in televisione e sui giornali. Ragion per cui, quando si prendono certe decisioni nelle stanze del potere, bisogna sempre assicurarsi di avere tutti i grandi mezzi di informazione dalla propria parte e delle "grandi verità" come giustificazione.

Guerre a parte, lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo continua, oggi più di ieri, attraverso sistemi sempre più occulti che rendono difficile la individuazione degli autori. E le guerre che appoggiano questi interessi continuano, in ogni forma più sofisticata e difficilmente rilevabile, esprimendosi anche in modo diverso e perverso: come il terrorismo. Lasciando così a nessuno di noi la percezione di essere al sicuro e obbligandoci a rinunciare a parte della nostra libertà per cederla a coloro che si offrono di "proteggerci" dopo avere abilmente creato loro stessi queste condizioni di insicurezza.

Ma se un giorno, all'improvviso, "scoppiasse la pace", anche solo per un breve periodo, scopriremmo che la Terra sarebbe ancora oggi in grado di sfamarci tutti e di garantire a tutti un lavoro tale da consentire a ciascuno di noi "una esistenza libera e dignitosa": purtroppo però, sono le potenti industrie della morte ( e includo tra queste l'industria delle speculazioni finanziarie) quelle che ce lo impediscono.

Diritti che scompaiono
Quando non c'è lavoro per tutti, la prima cosa che succede è il progressivo affievolimento dei diritti dei lavoratori. Piano piano scompaiono, anche per il lavoro subordinato, le certezze garantite dalle Leggi e dai Contratti Nazionali di Lavoro che, beffardamente, esistono soltanto più sulla carta: ma che nessuno applica più. Le ragioni sono molteplici: lavoro nero a parte, pur di lavorare si accettano retribuzioni ridotte e regolarizzazioni parziali del rapporto di lavoro, contratti individuali fittizi, aumento di mansioni e di carichi di lavoro, inquadramenti inferiori rispetto all'effettivo lavoro svolto… Senza contare l'infinita varietà di posizioni lavorative che oggi la legge consente alla luce del sole. Fa sorridere pensare che i vecchi, ma formalmente tuttora in vigore Contratti nazionali di lavoro, prevedano istituti come gli "scatti di anzianità": che una volta avevano la funzione di premiare la longevità aziendale dei lavoratori e funzionavano come deterrente economico perché questi non passassero alla concorrenza. Ma fa sorridere anche la tassativa "irrinunciabilità" delle ferie, dei riposi giornalieri e settimanali, della invariabilità dell'orario di lavoro e delle mansioni, o al divieto di licenziamento se non per comprovate ragioni tecniche, organizzative, produttive o disciplinari… Sono tutte condizioni lavorative ipergarantiste ma arcaiche, e risalenti ad un modello di società industriale che non esiste più. In un mondo del lavoro in cui sempre più persone accettano condizioni lavorative progressivamente peggiori pur di potere sopravvivere economicamente, queste garanzie di fatto non esistono più: se non in particolari "nicchie" di lavoro privilegiato e protetto o dal sindacato o nell'amministrazione pubblica dove il tempo sembra essersi fermato almeno a trenta anni fa.

E il sindacato?
Nei periodi, (è già capitato), in cui per alcuni settori non c'è lavoro o il lavoro è ridotto, normalmente il sindacato rimane silente, non reagisce: tatticamente in attesa che la situazione si ristabilizzi e tornino tempi migliori. Spesso, e con grande cautela, il sindacato cerca accortamente di capire con l'Azienda quale contributo può dare, (in termini di rinuncia di parte dei diritti dei lavoratori o di pressioni politiche), per uscire dalla crisi. Grazie a questo atteggiamento discutibile da parte del sindacato, negli anni passati una azienda come la FIAT ha potuto beneficiare di aiuti statali di una portata tale da farne l'azienda privata finanziata dallo Stato più di qualunque altra azienda pubblica. Adesso che le leggi europee impediscono questo genere di aiuti abbiamo visto tutti cosa ha fatto la FIAT per "ricambiare" i favori dei quali ha goduto in Italia…

In conclusione, per quanto riguarda il Sindacato si può quindi affermare che: quando la situazione economica è forte, è forte anche il sindacato; mentre, quando la situazione economica è debole, diventa debole anche il sindacato. Stavolta però, a differenza del passato, l'attesa che "passi la nottata" temo che per il sindacato non possa più essere una strategia vincente: soprattutto quando la "nottata" ormai supera, in quanto a durata, quella di una interminabile notte polare durante la quale l'unica preoccupazione è quella di non perdere iscritti difendendone i privilegi ormai superati ed anacronistici.

Il progresso riduce il lavoro...
Per quanto riguarda il lavoro, considerare la crisi un fattore temporaneo soltanto perché i livelli di disoccupazione vanno ben oltre quella che un tempo veniva definita "disoccupazione strutturale", e che la situazione sia destinata a ristabilirsi in modo quasi automatico, come sempre avveniva in passato, si tratta di un gravissimo errore: perché oggi il lavoro per tutti non c'è più. Siamo infatti di fronte ad una disoccupazione strutturale crescente, solo in parte dovuta alle tecnologie "risparmia-lavoro" (delle quali già più di venti anni fa ci metteva in guardia, inascoltato, Rifkin). Una causa rilevante è il trasferimento nei paesi emergenti della produzione industriale di beni che utilizzava (inizialmente) soltanto l'Occidente: spostando con essa inquinamento e consumo di materie prime da un territorio all'altro. Tutto questo ha creato una notevole riduzione dei costi di produzione, dovuta in particolare al ridottissimo costo del lavoro nella sua globalità. Infatti, il ridottissimo costo del lavoro non è soltanto dovuto a basse retribuzioni a livello locale, ma anche alle notevoli agevolazioni fiscali,alla mancanza di quelle vincolanti (e costose) norme protettive dell'ambiente e della salute dei lavoratori, dall'assenza di antinfortunistica, dall'assenza di assistenza sanitaria ed economica in caso di malattia, dall'assenza di sistemi pensionistici e di welfare.

E' di questi giorni la notizia, qui in Italia, che i sistemi di digitalizzazione messi in atto nel sistema bancario hanno portato ad un esubero di personale di circa sedicimila unità. E che, entro breve, inizierà questa opera di "sfoltimento" proprio in uno dei settori in cui i lavoratori si sentivano più garantiti e sicuri, al riparo dalle crisi. Questa è anche la conferma che, a differenza delle rosee previsioni che garantivano il contrario, "le nuove tecnologie distruggono posti di lavoro in modo sistematico e senza crearne dei nuovi, se non in minima parte" (sempre Rifkin).

…e il capitalismo speculativo impera
Con la caduta del muro di Berlino (1989) per i produttori occidentali si è aperto un mercato immenso verso Est, in Paesi dove, oltretutto, la manodopera era a bassissimo costo. Di tutto questo sono stati molti imprenditori ad approfittarne: arrivando addirittura alla chiusura delle loro imprese in Occidente ed utilizzando il ricavato delle vendite per investirlo nel mondo della finanza. Il "rischio di impresa", soprattutto in Italia (ma non solo) è stato accantonato a favore di guadagni più facili in quei Paesi privi di leggi restrittive sul lavoro, di sindacati dei lavoratori, con un basso costo delle materie prime e di normative fiscali quasi assenti in grado di essere competitive sul costo finale dei prodotti nonostante l'utilizzo di macchinari obsoleti provenienti dall'Occidente e ceduti a caro prezzo.

Soltanto cinque anni dopo la caduta del Muro (1994), lo studioso Noam Chomsky avverte:
"Negli ultimi venticinque anni il capitale finanziario delle mulltinazionali, piuttosto che negli investimenti e nel commercio, è stato impiegato nelle speculazioni sui mercati azionari internazionali. Per fare un esempio: nel 1970 il 90 per cento del capitale coinvolto nelle transazioni internazionali veniva utilizzato a scopi commerciali e produttivi. Nel 1990 le cifre si sono invertite: il 90 per cento del capitale totale veniva utilizzato per la speculazione, arrivando nel 1994 al 95 per cento. Ciò significa che oggi ci sono circa 14.000 miliardi di dollari che possono essere spostati liberamente da una economia nazionale all'altra. Ormai, quasi 1000 miliardi di dollari vengono spostati quotidianamente sui mercati speculativi internazionali, con effetti enormi sui governi nazionali." In conclusione, a parere di Chomsky, "non ha più importanza chi detiene il potere politico di un Paese, tanto non sono più loro a decidere cosa fare".

A proposito della speculazione finanziaria in atto, e che sembra inarrestabile, mi torna alla mente una lezione da me ascoltata circa cinquanta anni fa, in cui un esperto di sistemi bancari spiegava a noi allievi la difficoltà delle banche occidentali ad aprire sportelli nei Paesi Orientali. La difficoltà derivava, a suo parere, dal fatto che i clienti consideravano immorale e contraddittorio, secondo i precetti religiosi, ricevere degli interessi per delle somme depositate in banca affinché queste venissero custodite. Le battute ironiche in quel frangente si sprecarono. Alla fine l'esperto ci spiegò che ricorsero allo stratagemma di assegnare ai clienti dei premi tipo lotteria: salvando in questo modo le loro convinzioni in quanto gli "interessi" diventavano così un "dono". Ora io non so se quello che allora è stato un argomento di lezione per dimostrare quanto certe mentalità siano sottosviluppate oggi porterebbe tutti alla stessa conclusione, oppure se sarebbe invece un interessante spunto su valori morali, forse anche un po' ingenui, ma che la speculazione feroce ci fa rimpiangere.)

Renzi, inetto o complice?
Qualcuno sta definendo questa situazione speculativa come una "nuova età imperiale". I Politici, o ne sono i fedeli servitori, anche operando attraverso gli opportuni condizionamenti emotivi della popolazione, oppure vengono sostituiti rapidamente. A questo punto, come definire nel concreto l'operato e la longevità politica di Renzi se non come la conseguenza di un suo totale asservimento, (o collusione?), alla stabilizzazione di questo disegno "imperiale"?

Nel comune sentire Renzi è una persona arrogante, furba ma incompetente, circondata da uno stuolo di fedelissimi al suo servizio. Questa immagine di Renzi, mi pare riduttiva e fuorviante, potrebbe essere "voluta" per fare gioco a Renzi stesso.Infatti, diventato in modo fulmineo il segretario del Partito Democratico, al momento del suo spregiudicato insediamento alla presidenza del consiglio ("Enrico stai sereno") aveva promesso solennemente: "Sarò il nuovo Blair!". Ora, chi non ha la memoria corta si ricorda che Blair è stato colui che, insieme a Bush, ha portato con prove false la guerra in Iraq: destabilizzando un'intera area e costringendo noi tutti a pagarne ancora oggi le tragiche conseguenze. Ma non basta: Blair è stato anche colui che ha distrutto il suo partito di provenienza (il Labour Party inglese) perseguendo una politica diametralmente opposta ai valori ed ai principi ispiratori di quel partito. E' un po' come oggi in Italia sta facendo Renzi, e con "ottimi" risultati, con il Partito Democratico. Come definire, inoltre, in una carenza cronica del lavoro, il "regalo" di 80 euro mensili a tutti quelli che lavorano? Uno "schiaffo morale" nei confronti dei disoccupati che non si danno abbastanza da fare per trovare un lavoro? E che significato dare agli 8000 euro annui di sgravi fiscali per tutti i datori di lavoro che assumono con la "Jobs Act"? Un "regalo" anche ai datori di lavoro? Ci vorrà un po' di tempo per determinarne l'enorme importo complessivo, ma in realtà si tratta di un ulteriore sperpero che non sposta di un solo occupato in più la situazione: perché se non c'è lavoro per tutti non è con questi stratagemmi che se ne crea altro. Si creano soltanto dei costosissimi diversivi ad arte per guadagnare tempo e realizzare ben altri obiettivi: primo fra tutti la riforma della Costituzione Italiana per renderla più "moderna", garantendo al solo governo ed ai suoi componenti quella "stabilità" che invece manca in tutto il resto del Paese.

E infine, come interpretare la sconcertante dichiarazione di Renzi: "Marchionne è il più sindacalista di tutti i sindacati che ci sono in Italia?" Una idiozia, una provocazione o un complimento voluto?

Proposte
Nella inutile attesa che, in un mondo "globalizzato", almeno in Europa ci sia una solo esercito, una sola polizia, un solo sistema fiscale, un solo sistema sanitario, omogenee procedure amministrative e di sicurezza, non possiamo che prendere atto che oggi siamo di fronte a processi irreversibili che nessun Paese, da solo, è in grado di contrastare senza correre il rischio di pagarne conseguenze gravissime. Quello che è accaduto in Grecia è lì a dimostrare, come un monito, il potere immenso dei mercati speculativi internazionali nei confronti di chi si ribella alle sue regole. Sarebbe dunque necessario che tutti i Paesi si coalizzassero tassando fortemente le rendite dovute alle transazioni finanziare speculative, trasferendo il ricavato a sostegno delle attività economiche e di assistenza ai disoccupati. Sempre attraverso un accordo tra gli Stati che ne fanno parte sarebbe auspicabile la costituzione di un fondo europeo avente le stesse finalità. In Europa andrebbero poi al più presto resi omogenei i vari sistemi fiscali in vigore: evitando così sistemi concorrenziali "tra poveri" rubandosi l'un l'altro le attività produttive.

Altro punto è quello di arginare il progressivo depauperamento delle condizioni di lavoro almeno sotto l'aspetto economico: stabilendo, anche nelle varie realtà locali, un minimo retributivo orario al di sotto del quale il datore di lavoro (pubblico o privato) sia perseguibile penalmente. A puro titolo di esempio: 7 euro orarie al netto delle tasse.

Il rapporto di lavoro subordinato tradizionale, quello regolamentato dai Contratti nazionali di lavoro, sta scomparendo in modo sempre più rapido. Vanno incentivate le iniziative di lavoro autonomo attraverso la semplificazione delle normative e limitando, magari posticipandoli notevolmente, quei sistemi fiscali in atto che demoralizzano ogni iniziativa privata. Sotto questo aspetto non c'è molto da inventare: basta prendere a modello altri sistemi che funzionano, tipo quello, ad esempio, del File Tax Number (in vigore in Australia, ma non solo, e che semplifica di molto le procedure).

Ma, soprattutto, ogni Paese che vuole salvare la propria economia ed evitare disordini sociali provocati dalle disuguaglianze tra chi ha un lavoro e chi no, deve ridurre per legge (almeno in via temporanea) la tradizionale prestazione lavorativa prevista per il lavoro subordinato delle attuali 40 ore settimanali per consentire una maggiore occupazione. Se, ad esempio, l'orario di lavoro medio settimanale si riducesse a non più di 30 per per tutti, tutto questo consentirebbe, almeno in linea teorica, l'assunzione da subito del 25 per cento di nuova forza occupazionale. Si tratta di una soluzione drastica, che causerà con ogni probabilità uno scontro anche violento con le organizzazioni sindacali per via dei loro iscritti lavoratori a tempo pieno che non accetteranno di rinunciare a parte dei loro privilegi per favorire chi di privilegi ne ha nessuno. Sarebbe in ogni caso un confronto interessante: non fosse altro per capire se, al giorno d'oggi, il sindacato dei lavoratori può ancora avere una sua utilità in quel "futuro" che stiamo già vivendo.

Aspettare che Renzi spieghi perché il suo "onnipotente" governo non può realizzare questi obiettivi (o almeno provarci a farlo) temo che sia fatica inutile: lui è troppo impegnato a fare lo statista e ad assecondare i giochi delle banche e della finanza. Il dramma è che stiamo perdendo tempo ulteriore, le cose continuano a peggiorare, e chi verrà dopo di Renzi dovrà ricominciare tutto da capo.