venerdì 6 luglio 2012

Pillole di storia Grugliaschese 3

LE GRU CENERINE


Gru cenerina (gus gus)
Quando da bambini a scuola facevamo le prime lezioni di educazione civica, e le nostre maestre, cercavano di spiegarci l’origine del nome del nostro comune, ci veniva sempre raccontato che il nome Grugliasco, prendeva origine dalle gru cenerine, che durante i periodi delle loro migrazioni, attraversavano il nostro territorio comunale e si fermavano qui per riposare…
Per noi bambini, immaginare questa bella favola era facile, ed anche divertente, peccato che la gru in questione, viva a temperature molto più rigide delle nostre: infatti si può trovare nelle regioni settentrionali dell’Europa e dell’Asia occidentale. Il numero maggiore lo si osserva nella Russia e nella Scandinavia (210.000-250.000 esemplari al giorno d’oggi) e sverni in paesi molto più caldi (è capace di migrare dal Nord Europa e dal Nord Asia fino al Marocco, all’Etiopia, alla Spagna e all’Asia meridionale con i classici stormi a V). Vederle quindi era davvero raro e per pochissimo tempo, ore direi.
Ci veniva insegnato poi dalle maestre, che questi begli uccelli eleganti e maestosi, si fermavano qui da noi, perché il territorio comunale era paludoso, perché le gru europee nidificano in zone paludose (in Scandinavia però! O alle stesse latitudini)…
Paludoso? Ma quando mai!? Studi approfonditi, fatti sul sottosuolo grugliaschese da appassionati di archeologia e paleontologia dell’associazione “Ad Quintum” di Collegno, ma residenti a Grugliasco come l’amico Franco Fostinelli (vero esperto del nostro sottosuolo), hanno sempre dimostrato il contrario: e cioè che Grugliasco ha un suolo sabbioso e sassoso. Sulle carte geologiche il nostro territorio è l’unico della provincia di Torino ad essere indicato come prevalentemente sabbioso.
Al tempo dell’ultimo periodo post-glaciale, si era andato a formare un deserto sabbioso di formazione eolica, probabilmente freddo, tipo il Gobi cinese.

Con queste premesse, di quali paludi grugliaschesi stiamo parlando? Il territorio comunale è così poco ricco di acque proprie, che in epoca tardo medioevale, si è dovuti ricorrere alla costruzione di un articolato sistema di canalizzazioni artificiali, proprio per la necessità di irrigare i terreni agricoli, altrimenti quasi impossibili da coltivare: le famose bealere! Certo, alcuni pozzi c’erano ed anche un paio di invasi naturali di acqua affioranti a livello del terreno, tipo degli stagni. Erano i così detti “bolenghi”. Il bolengo era un invaso naturale d’acqua dolce appunto, che veniva anche sfruttato come peschiera pubblica (così sono indicati nei documenti dell’archivio comunale) e quindi usato per l’acqua cultura di pesci come la tinca o la trota a sfruttamento pubblico; uno di questi bolenghi sorgeva all’incirca dove si trova ora il pozzo dell’acquedotto, lungo C.so Torino, alle spalle delle facoltà universitarie, nei pressi del cimitero.
Ma quella delle bealere e delle acque pubbliche, è un’altra storia…
Non solo: per rendere coltivabili i terreni, si è anche dovuti ricorrere ad un continuo “ingrassocon argilla. Studi fatti in vari punti del territorio, in occasione di scavi per cantieri edili o trivellazioni idriche e ricerche su testi del XIX° sec., confermano questo. Ancora nel 1802, vi sono note riguardo la necessità di ingrasso con argilla per rendere coltivabile la zona di S. Lorenzo (zona a ridosso del complesso scolastico-universitario, dove sorge la duna omonima).
L’argilla si trovava ad est, sul confine con Torino ed a sud, sul confine con Rivoli, dove si può estrarre argilla adatta alla cottura e quindi per la realizzazione di laterizi.
Questo con il tempo ha creato un particolare equilibrio dei nostri terreni, che ha reso molti appezzamenti adatti alla cultura della vite. Infatti, nei registri catastali del comune dei secoli passati, molti erano gli appezzamenti di “terra altenata.
Cos’era l’ateno? Una particolare cultura mista, molto in uso in passato, che vedeva un terreno coltivato a filari di alberi da frutto, che fungevano da sostegno alle viti: in pratica una sorta di pergola. Questo sistema, permetteva di sfruttare al massimo un solo terreno per avere due raccolti nell’anno: uno di frutti di vario genere (nei documenti catastali, non sono indicati i tipi di albero fruttifero, ovvio!), e poi in autunno, un secondo raccolto di uve, per la vinificazione.
Ma torniamo alle nostre gru.
Le vie migratorie principali, della gru cenerina, secondo alcune mappe ornitologiche relative alle migrazioni, pare non passino neppure sopra le nostre teste! Certo, magari alcune seguivano questa via dell’aria, ma non in numero così massiccio, anche se nel 1783 sono segnalati passaggi di gru per un paio di giorni in primavera: questi passaggi dovevano essere certamente spettacolari, vista l’apertura alare delle gru: dai 180 ai 240 cm.!



È comunque azzardato ipotizzare, che possano dare il nome al nostro comune, come ipotizza anche un altro studioso di Ad Quintum: Gabriele Albano, che preferisce seguire la via dell’evoluzione linguistica nel tempo, delle definizioni toponomastiche dei dintorni, sulla base delle parlate celto-galliche e liguri.

Come dicevamo la scorsa volta, è decisamente più logico far risalire il nome della nostra città al primo proprietario del fundus romano e cioè, a Currelio (anche se non ci sono documenti certi!). Meno suggestiva questa ipotesi, ma molto più realistica e pratica.

D’altro canto, l’arma comunale (lo stemma araldico della nostra città), è una tipica arma parlante, ed è facile leggerne il significato araldico, che non ha nulla a che vedere con il passaggio migratorio delle gru cenerine.
Ma questa, quella dell’araldica cittadina, è un’altra storia…

Riferimenti:
Il sottosuolo grugliaschese” di Franco Fostinelli:
Notiziario di Ad Quintum, anno V° - n. 4 – dicembre 1992.
Il sottosuolo grugliaschese” di Franco Fostinelli:
Notiziario di Ad Quintum, anno VII° - n. 1 – marzo 1994.
Grugliasco, con o senza gru?” di Gabriele Albano:
Notiziario di Ad Quintum, anno VII° - n. 1 – marzo 1994.
Collegno tra i ghiacci ed il deserto” di Frenco Fostinelli:
Bollettino di Ad Quintum, Archeologia del Nod-Est, N° 10 – 2002.
Wikipedia.



Manuela Mariuzzo